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lunedì 4 giugno 2018

Work in progress



E' da un po' che sto pensando di scrivere questo post, e ora eccomi qui: vorrei spiegare il perchè di questa scelta di diventare Coach a 40 e passa anni... (Corporate-Executive & Life Coach? Business & Life Coach? Vedremo come denominarlo...)

Iniziamo col dire che in passato, dopo essermi diplomata Analista Contabile, dai 19 ai 30 anni sono passata da 4 posti lavorativi.

Nel primo, a 19 anni, amministrazione di una concessionaria auto, in cui facevo contabilità acquisiti e banche, inizialmente andava tutto bene. Eravamo 3 ragazze, di cui io la più piccola e inesperta, ma con tanta voglia di imparare. Poi dopo un annetto ho, a conti fatti, iniziato a subire quello che si potrebbe definire mobbing, dalla persona che dovevo sostituire in teoria a tempo indeterminato dopo la terza gravidanza, ma che poi invece è rientrata, facendomi letteralmente passare la voglia di lavorare lì. Per esempio, non potevo tenere la tapparella su, nemmeno in pieno giorno, perchè diceva che dal palazzo vicino guardavano dentro (e che guardassero...!). Altro esempio, dopo avermi tolto molti dei miei compiti per riprenderseli, mi ha detto di aiutare la centralinista, e se per esempio avevo da ritirare dei documenti già pronti in banca non mi veniva dato l'ok ad andare ora, ma tra mezzora invece, quando aveva iniziato a scendere una pioggia fitta fitta (non avevo l'auto, quindi sapevano che andavo a piedi), e mi veniva ordinato, urlando, di andarci, immediatamente... ricordo ancora i piedi zuppi d'acqua, con i sandali, che scivolavo tra piede e suola, per strada... e la rabbia che saliva...

Nel secondo, a 22 anni, uno studio commercialista, dove ero il jolly per l'ufficio paghe e anche per l'ufficio contabilità (e al bisogno venivo portata anche nelle case di conoscenti dei capi per cercare di sistemare i loro pc), il clima era migliore, almeno tra colleghe (con un paio ho mantenuto contatti anche per altri 10-12 anni, dopo essermene andata), ma anche con qualche capo non era male nella maggior parte dei casi, ma c'era comunque qualcuno che non teneva conto delle differenze caratteriali  e dei bisogni primari altrui, come per esempio lo stop mentale di almeno un'ora durante la pausa pranzo. Praticamente, sposandomi, a 24 anni, ero andata a vivere dall'altra parte della città, finchè lavoravo ancora in questo posto che invece prima di sposarmi mi risultava vicino a casa. Qui non c'erano molti parcheggi, e quei pochi erano con disco orario. Quindi andavo e tornavo in autobus. Un'ora piena piena all'andata e un'ora piena piena al ritorno, pur essendo sia la mia abitazione, sia il lavoro, all'interno del Comune di Verona, e non in periferia. Quindi ho chiesto, come faceva anche un'altra collega da anni ormai, di accorciare la pausa pranzo da 2 ore a 1 ora, e di uscire un'ora prima. Hanno dato l'ok, ma fin da subito uno dei 2 capi, quando mi vedeva lì in ufficio in pausa pranzo a mangiare un panino e a leggere un libro (l'altra era estroversa e usciva), mi diceva di fargli dei lavori che gli servivano per il suo hobby di fotografia (tipo organizzargli mostre, mandare inviti, ecc... cosa che capitava normalmente anche in orario di lavoro già da prima, ma ora riteneva giusto farmeli fare nell'ora di pausa pranzo, forse per "compensare" il fatto di avermi concesso di ridurla). Dopo qualche volta mi sono opposta, dicendo che avrei fatto il tutto appena ricominciavo dopo la pausa pranzo, e mi sono sentita minacciare sia da lui, sia dall'altro capo (quello "buono"), che "o così o si ritornava con i vecchi orari"... praticamente per poter uscire un'ora prima dovevo accettare che se volevano, dovevo lavorare 9 ore filate senza staccare... il tutto per circa 4,50 euro netti all'ora, con pausa pranzo non pagata nemmeno se lavorata... quindi 9 ore lavorative filate per circa 36 euro al giorno... praticamente 4 euro all'ora... se pensate che le colf con i voucher prendono netti 7,50 euro all'ora (cifra a cui non sono mai arrivata nemmeno all'ultimo lavoro fatto, in quanto sono arrivata al massimo a 6,50 euro all'ora a 30 anni come impiegata amministrativa contabile)...
Hanno iniziato a venirmi cistiti dolorosissime a raffica... ho fatto antibiogramma e tutto quel che serviva, ma non ne uscivano spiegazioni scientifiche... era solo ansia e rabbia che mi stavano facendo star male...

Nel terzo, a 25 anni, una ditta di commercializzazione e assistenza software di contabilità per ditte e commercialisti, dove facevo l'assistente telefonica, il clima tra colleghi era forse meno affiatato, anche se la parvenza era diversa (eravamo circa metà diplomati e metà laureati/giovani commercialisti. La metà che aveva la laurea aveva partita iva, e, non tutti, ma la maggioranza veniva più o meno quando voleva, e quando c'era, spesso non amava rispondere al telefono, pur essendo anche loro assistenti telefonici, e lasciava le "patate bollenti" a noi, semplici diplomati, che spesso non avevamo davvero nemmeno tutte le loro conoscenze, con le quali magari avrebbero risolto il problema in molto meno tempo e meno sfuriate da parte dei clienti, commercialisti), ma la comprensione almeno dall'alto delle differenze altrui era maggiore, almeno finchè c'era il "vecchio capo" (di cui ho anche un ricordo particolare: quando mi ha chiamata per dirmi che avevo passato i 2 colloqui che mi aveva fatto, ha anche aggiunto che non serviva avvisare il mio attuale capo, quello con l'hobby della fotografia, che tanto era un suo conoscente, e quindi un paio di minuti prima l'aveva già chiamato lui per dirgli che doveva trovarsi una sostituta per me)... Quando poi è morto improvvisamente, e il figlio ha accellerato la vendita ad una ditta più grossa, non hanno più accettato di dare il part-time alle neomamme (cosa che invece l'ex-capo faceva, dicendo che sapeva che anche se riduceva da 8 a 4 le ore, le neomamme rendono comunque almeno per 6 ore in quelle 4), mentre la nuova ditta acquirente lo dava solo a chi apriva partita iva, cosa che all'epoca non mi sentivo di fare... e comunque, a conti fatti, non sarebbe stato il mio lavoro ideale... tutto il giorno al telefono con commercialisti con problemi, e arrabbiati... non mi veniva voglia di aprire partita iva, avere un sacco di spese fisse (all'epoca non esistevano i forfettari), per fare questo lavoro...

Nel quarto posto di lavoro, a 28 anni, ditta di vendita di camion, impiegata contabile part-time, è stato tutto un po' "distaccato" durante il primo anno (anche se fin da subito ho fatto vedere che il mio impegno era totale, andando a lavorare anche col "collarino" dovuto al colpo di frusta causato da un incidente in itinere finchè andavo al lavoro, dopo appena 2 mesi), "distaccato" a tal punto che dovevo capire da sola di avere nuovi compiti che prima erano di altri, perchè non mi veniva detto nulla, tipo, mi era stato detto che le fatture di vendita le seguiva un'altra persona, e io dovevo seguire le fatture di acquisto e le banche. Un bel giorno, di punto in bianco, le fatture di vendita passano a me, implicitamente, senza avermi detto nulla che l'altro non le seguiva più. Se avevo bisogno di aiuto per capire alcune cose, se chiedevo a questa persona mi diceva di chiedere al capo. Il capo (un estroverso che adorava stare solo con le impiegate estroverse... io ero arrivata lì perchè avevo inviato un CV spontaneo, e lui ha visto che conosceva il mio capufficio dell'altro lavoro, e ha chiesto info... ma l'altro capufficio era un introverso... quindi mi vedeva in modo diverso da come mi vedeva poi il nuovo capo) non c'era quasi mai. Lasciavo dei post-it dicendo che avevo bisogno di parlare di lavoro per chiedere delle cose, ma venivo ignorata ogni volta. Poi il secondo anno, dopo che sono dovuta stare all'improvviso 4 giorni in ospedale con mio figlio per una broncopolmonite, si è instaurato un clima di "lotta passivo aggressiva" (pensate che, per esempio, io registravo le fatture di acquisto, come dicevo, e loro per esempio compravano tot pandori, decurtati di una unità rispetto a quanti eravamo, in quanto a me non lo davano, ben sapendo che poi la fattura l'avrei registrata io e avrei visto che deliberatamente mi avevano decurtata dal conteggio), sfociato poi, questo secondo anno, in un licenziamento in tronco ("ad nutum", quindi senza causa) il giorno stesso che ho detto di essere incinta del secondo figlio, comunicato proprio a inizio inizio gravidanza, esasperata dal fatto che il capo, per aver sbagliato UNA registrazione contabile mi aveva detto "Farò in modo che ti dimetta!".

Ovviamente ho fatto causa: la mia Prof.ssa di diritto alle superiori ci aveva raccontato di aver subito una situazione simile quando era giovane, e si era difesa da sola in tribunale, e l'aveva vinta... ho contattato lei, ovviamente!

Ecco, queste sono state le mie esperienze lavorative...dai 19 ai 30 anni...

Ah, no, è vero, ce n'è stato un quinto di lavoro, a  quasi 37 anni, in una piccola azienda florovivaistica, come impiegata amministrativa-contabile part-time per acquisti, vendite e banche, ma anche riorganizzazione totale del magazzino a livello pc (ho calcolato che ci sarebbero voluti almeno 2 mesi, ma lo volevano in un paio di settimane), e volevano anche preventivista, volendo che mi specializzassi nel giro di qualche giorno nel campo florovivaistico (pur sapendo dal colloquio che io ho il pollice nero come la pece, a parte per le portulache che praticamente crescono da sole... ma la nipote, che passava il tempo in ufficio a fingere di lavorare, e invece chattava con lo smatphone, non voleva più farlo...), in modo da farmi gestire completamente anche i preventivi e relative fatturazioni (tutto in 4 ore al giorno), iniziato col mobbing (passivo aggressivo, fatto di silenzi assoluti, imputati poi da loro tutti a me, dicendomi che non parlavo mai, sfociato poi in urli da parte loro, in cui mi è stato urlato che secondo loro sono troppo lenta nel lavoro, non avendo portato già a termine tutto quello che volevano che facessi) già dal primo giorno, fattomi da 2 donne, nipote e moglie del capo che mi aveva fatto il colloquio (ricordo ancora, appena sono arrivata la prima mattina, scendendo nello scantinato dove c'era l'ufficio, la moglie che, credendo non la vedessi, guardando verso la nipote, ha fatto "no" con la testa, senza mai nemmeno aver scambiato una parola con me prima di quel momento)... lavoro durato 3 settimane, che poi ho lasciato, per la mia sanità mentale!

Dunque, queste sono state le mie esperienze lavorative come impiegata amministrativa-contabile.
Lavoro consigliatomi dai miei quando dovevo scegliere che scuola frequentare (io invece sotto sotto sognavo di frequentare il liceo artistico).
Lavoro, l'impiegata amministrativa contabile, che a conti fatti non fa per me.
Non che non sia portata per organizzare, anzi, mi viene piuttosto bene, ma vedendo come vengono trattate spesso le impiegate (introverse) non fa per me.

Io sono una persona emotiva, nel senso che parlare delle mie emozioni non mi dà assolutamente fastidio, perchè le sento ovviamente parte totalmente integrante della vita.

Mi piace tantissimo capire gli altri. Spessissimo capisco cosa pensano e provano anche solo guardandoli per qualche minuto.

Spesso non riesco a non intervenire se qualcuno dice o fa qualcosa che vedo fa male a me o a qualcun'altro, e questo non piace molto: mi definiscono troppo diretta, ma direi che è solo perchè non amano molto sentirsi dire che fanno male, pensando ognuno di essere persone perbene, ma se fanno male, fanno male!

Nel mio piccolo cerco di spronare le persone a dare il meglio di sè, da sempre, e infatti mio figlio 13enne qualche settimana fa ha finalmente notato che mamma-coach lo sono da sempre... da molto prima ancora di aver deciso di diventare Coach!

Però per molti questo mio modo di essere, questo vedere le emozioni come parte ovviamente integrante della quotidianità, molti lo reputano sbagliato. 

Ricordate che dicevo che erano arrivati a farmi sentire sbagliata? Ecco...

E tutt'ora la situazione non è molto cambiata... da parte loro ovviamente... anche se ho tentato di renderli partecipi di quel che voglio fare (spiegandomi e regalando libri), sperando di apparire meno "strana" ai loro occhi... ma non ha funzionato... infatti qualche settimana fa una di queste persone mi ha detto che per lei gli psicologi sono tutti pazzi (testuali parole)... non che io abbia mai detto che diventerò psicologa, ma sicuramente un coach si avvicina più ad uno psicologo, piuttosto che ad un cuoco...

Qualche anno fa avrei personalizzato, mi sarei incavolata come una biscia e ci sarei stata male per settimane, ma ora no... anzi, quella frase mi ha fatto capire sempre più di essere sulla strada che voglio davvero!

Molte persone vedono chi è diverso da sè come sbagliato, nella vita privata e nella vita lavorativa... il posto in cui passano più tempo le persone è il lavoro... io vorrei lavorare direttamente sui team delle aziende della mia città, in modo da portare la metodologia 4Colors nelle aziende, fatte ovviamente di persone, che se riuscissero a capirsi meglio tra di loro, lavorerebbero meglio, con più entusiasmo e armonia, e sarebbero più produttivi (perchè, diciamocelo, quando si sta male nel posto di lavoro si intensificano le pause caffè, le pause wc, i momenti di "testa persa", fino ad arrivare ai giorni di malattia...), e poi comunque quello che imparerebbero lo potrebbero poi portare fuori dall'azienda, parlandone con parenti e amici... così da, speriamo, pian piano, far capire a più persone possibile che diverso non significa sbagliato (certo, capisco che trovarsi a lavorare con persone introverse può sembrare a volte difficile per gli estroversi, ma siamo molto meglio di quel che si pensa)... e che a volte un'espressione tipo "tutti pazzi" (molto pervasiva, in quanto non è possibile dire che TUTTI sono così, anche se ha avuto esperienze negative con qualcuno di loro) può far male se una persona non si è nel frattempo corazzata l'autostima, e se non ha ben chiaro l'obiettivo verso cui è diretta!

Io per fortuna ora so bene il mio obiettivo... mi si è pian piano delineato, pezzetto dopo pezzetto, in quest'ultimo anno... come se un qualcosa pian piano, giorno dopo giorno, mi dicesse cosa va fatto... 

E infatti nella mappa della visione fatta nel WE appena trascorso al Corso TUAV a Imola ne è uscito questo:




Comunque, volevo anche scrivere per avvisare che in giugno e luglio credo scriverò poco.
Sarò a dei corsi residenziali sia a metà giugno sia ad inizio luglio (LUCE).
Poi abbiamo in programma un viaggetto come famiglia.
Insomma, credo che il tempo per stare al pc a scrivere sarà poco...

Anche perchè mi sto dedicando sempre più a libri su negoziazione, coaching, coaching in azienda, teambuilding, (più di una cinquantina in elenco finora...) e quindi libri su tematiche non propriamente inerenti questo blog...

Non che questo blog non mi interessi più, anzi!
Questo blog è stato il posto dove sono riuscita a capirmi... infatti qualche anno fa, una mia amica psicologa e psicoterapeuta, mamma di un bimbo che andava nella scuola elementare dei miei figli, "Scrivi!" me lo diceva ogni volta che mi sentiva abbattuta...
Qui, scrivendo, ho iniziato a guardarmi davvero intorno, e a vedere che ci sono persone, simili a me, che non vengono definite pazze o sbagliate per come sono, e che anzi, ne hanno fatto un lavoro che le soddisfa!
Questo è il posto dove mi sono detta "E perchè io no? :-| "...
Che poi è diventato, nel giro di breve "Perchè non provarci?"

Questo è il posto dove ho raccolto le idee, dove mi sono capita, dove ho ricominciato a sognare dopo anni che non sognavo più, e dove ho ricominciato ad ascoltarmi... sì, perchè se mi ripenso "da piccola" mi ricordo che dentro di me pensavo di essere "speciale" e di "essere qui per qualcosa" (pensieri di una bimba, che, grazie all'amore della sua nonna materna si sentiva "speciale")... ora, non so se quel che voglio fare prenderà piede, perchè non è tutto nella mia sfera di potere, ma è comunque nella mia sfera di influenza, e quindi ci proverò con tutta me stessa!

Dicono che per essere eccellenti in qualcosa servono 10.000 ore di pratica... un qualcosa tipo 8 ore al giorno per 3 anni e mezzo... 

Nel capire sentimenti e persone, essendo una cosa che sento innata, credo di averle ampiamente superate le 10.000 ore! Infatti dicono che ci sono persone che fanno coaching in modo innato da sempre... persone alle quali viene spontaneo, quotidianamente... e mi ci rispecchio in questo... tantopiù che anche mio figlio 13enne è arrivato a vederlo, da solo, che se il coaching significa aiutare le persone ad essere la miglior versione di se stesse, lo faccio da sempre...

Da un po' quindi ho sentito il desiderio di dedicarmi ad approfondire le tecniche per riuscire a "veicolare" il tutto in un modo "più capibile" da più persone possibili nelle aziende.
Ed è per questo che spesso ultimamente accantono libri che invece potrebbero far parte di questo blog... sicuramente in futuro ci tornerò, perchè non si smette mai di imparare qualcosa, o di sentirsi sostenuti e capiti da un libro, ma al momento mi sto focalizzando sui "mezzi" con cui poi potrò portare ad altri quello che sento da sempre dentro di me.

E comunque vi metto un piccolo elenco di alcune letture che ho in programma tra un libro e l'altro, che voglio leggere "per me come futura coach", ma inerenti anche questo blog:


Comunque, anche se non mi vedete attiva, se qualcuno ha bisogno di info, ci sono! ;-) 

P.S. Il libro della Dott.ssa Elena Lupo, Il tesoro dei bambini sensibili, alla fine l'ho iniziato davvero, ed è proprio bello... sono a buon punto, e davvero sta diventando un ottimo compagno di questo periodo, visto che ieri e l'altro ieri al corso TUAV abbiamo ripercorso la Linea della Vita, e lavoratoci su, arrivando a parlare anche della nascita, e di quello che può comportare a livello inconscio... nel mio caso, sulla nascita non ho fatto domande specifiche, perchè le risposte me le sono date da sola... bimba hsp che aveva come data di termine il 4 maggio... il 15 maggio, dopo 11 giorni dal termine previsto, hanno indotto il parto per farla nascere... non si è smosso nulla... il 16 idem... il 17 uguale... il 18 come sempre... il 19 immaginate... il 20 maggio hanno deciso di rompere le acque... erano tinte... ero in sofferenza... manovra di kristeller e mi hanno tirata fuori al volo... sana e salva per fortuna mia... 4,180 kg... ovviamente mia mamma è stata ricucita un bel po'...
Ho vissuto per 19 anni con dei genitori anaffettivi, che pensavano che comprando cose fossero apposto... ho vissuto poi altri 5 anni in casa loro, lavorando, ma avendo la netta sensazione (anzi, non erano solo sensazioni, ma dati oggettivi) che mi volessero tenere "bloccata"... ho vissuto poi altri 16 anni fuori da casa loro, sposata, ma avendoli ancora nel mio "panorama sociale" come "molto, troppo, eccessivamente controllanti", e oltre... e questo mi faceva molto molto male... fino ad un anno fa, quando ho "lasciato andare", e sono "rinata"! :-)

Quindi, ecco, il libro della Dott.ssa Elena Lupo mi sta "rincuorando"... provatelo! :-)

lunedì 30 aprile 2018

Il negoziato emotivo (Roger Fisher e Daniel Shapiro)

Roger Fisher (28 maggio 1922 Winnetka, Illinois - 25 agosto 2012 Hanover, New Hampshire) è stato professore emerito di diritto all'Harvard Law School, e direttore dell'Harvard Negotiation Project. Dopo aver combattuto nella seconda guerra mondiale come aviatore, è stato a Parigi per il Piano Marshall e quindi a Washington dove ha collaborato con i ministeri della Giustizia e della Difesa. 
  

Daniel B. Shapiro (nato il 1 agosto 1969) è un diplomatico ed ex ambasciatore degli Stati Uniti d'America nello Stato di Israele.
Ha fatto parte del Consiglio di sicurezza nazionale sotto la presidenza di Bill Clinton, in qualità di direttore degli affari legislativi, e come collegamento del Congresso con il consigliere per la sicurezza nazionale Sandy Berger.  
E' stato prima consigliere legislativo e poi vice capo dello staff (principalmente per questioni di politica estera) per il senatore statunitense Bill Nelson. 
Shapiro ha servito come consigliere dell'allora senatore americano Barack Obama in Medio Oriente le questioni relative alla comunità ebraica dal 2007, aiutando anche come stratega e raccolta di fondi. Ha accompagnato Obama nel suo viaggio nel luglio 2008 in Israele; nell'agosto del 2008, Obama lo ha nominato consigliere politico e coordinatore di outreach per la campagna presidenziale del 2008. 
Nel gennaio 2009, Shapiro è stato nominato senior director per il Medio Oriente e il Nord Africa del National Security Council degli Stati Uniti. Concentrandosi su Israele, partecipò ad ogni incontro relativo ad Israele, e incontrò ogni anziano diplomatico e ufficiale israeliano che visitò Washington. Shapiro spesso accompagnò l'inviato speciale degli Stati Uniti per la pace in Medio Oriente George J. Mitchell durante i suoi viaggi nella regione, e giocò un ruolo centrale nei colloqui riguardanti il ​​processo di pace in Medio Oriente e il rafforzamento della cooperazione militare tra Stati Uniti e Israele. Ha mantenuto stretti rapporti con Benyamin Netanyahu, nonostante le tensioni tra il primo ministro israeliano e il presidente Obama. 
È stato nominato dal presidente Barack Obama il 29 marzo 2011 e confermato dal Senato il 29 maggio. Ha prestato giuramento come ambasciatore dal Segretario di Stato Hillary Clinton l'8 luglio 2011. E' stato direttore senior per il Medio Oriente e il Nord Africa nel Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come responsabile politico dell'amministrazione Obama, Shapiro è stato ordinato il 5 gennaio 2017.
Shapiro si congedò dal Presidente di Israele, Reuven Rivlin, il 17 gennaio 2017, prima di tenere l'ultimo incontro con Netanyahu due giorni dopo, che un giornale descriveva come un "addio terso". 
Dopo aver concluso il suo servizio come ambasciatore in Israele, Shapiro è diventato Distinguished Visiting Fellow presso l'Institute for National Security Studies (Israele) presso l'Università di Tel Aviv.

   

Eccomi nuovamente con un libro sulla negoziazione. Non che d'ora in poi saranno tutti su questo argomento, ma mi faceva piacere condividere anche questo, perchè anche in questo caso, come si capisce anche dal titolo, ne parla molto da un punto di vista emotivo.
Dice che non possiamo smettere di provare emozioni proprio come non possiamo smettere di pensare. La sfida è imparare a suscitare emozioni utili in coloro con i quali negoziamo, e in noi stessi.

Le emozioni sono potenti, sempre presenti e difficili da gestire, e quindi inizia spiegando cos'è un'emozione, e dicendo che le emozioni possono ostacolare il processo di negoziazione (distogliendo l'attenzione dalle questioni sostanziali, danneggiando un rapporto, e possono essere usate contro chi le prova), ma possono essere anche una grande risorsa (le emozioni positive possono contribuire più facilmente a soddisfare gli interessi sostanziali, possono migliorare una relazione, e non necessariamente aumentano il rischio di essere imbrogliati).

Parla quindi dei tre approcci fallimentari nella gestione delle emozioni (smettere di provare emozioni? Non è possibile - ignorare le emozioni? Non funziona perchè influenzano il nostro corpo, la nostra mente e il nostro comportamento - affrontare le emozioni direttamente? E' complicato), e dà poi un'alternativa: concentrarsi sulle esigenze primarie (apprezzamento, affiliazione, autonomia, status, ruolo)

Consiglia di affrontare l'esigenza, non l'emozione, in quanto le cinque esigenze primarie stimolano una varietà di emozioni.

Ci dice di chiederci se gli altri considerano le nostre esigenze in modo equo, onesto, coerente con le circostanze, e consiglia di usare le esigenze primarie come lente di ingrandimento per vedere la situazione più chiaramente e fare una diagnosi, prima, durante e dopo il negoziato, o come leva per cercare di migliorare la situazione.

Passa quindi ad analizzare ognuna delle 5 esigenze primarie, partendo dall'apprezzamento, parlando di apprezzare i pensieri, i sentimenti e le azioni altrui, dimostrandolo, e parla di cosa ci impedisce di sentirci apprezzati.

Passa quindi ai tre elementi per esprimere apprezzamento:
- capire il punto di vista altrui, ascoltando la "musica" oltre alle parole e cogliendo i metamessaggi
- dare valore a ciò che ognuno pensa, prova o fa (quando i punti di vista sono opposti si può dare valore al modo di pensare, e quando siamo in totale disaccordo con gli altri, dobbiamo cercare di comportarci come se fossimo dei mediatori)
- comunicare il proprio apprezzamento, dimostrando di aver capito, e facendo capire all'altro che ci mettiamo nei suoi panni

Dice che apprezzare non significa cedere, e spiega come prepararsi ad apprezzare gli altri (decidere chi si vuole apprezzare, fare l'esercizio dello scambio dei ruoli, preparare una lista di "valide domande" per capire la prospettiva altrui).

Spiega come farsi apprezzare dagli altri.
- aiutando gli altri a capire il nostro punto di vista chiedendo un po' di tempo per farci ascoltare e adeguando il messaggio in modo che venga recepito correttamente
- aiutando gli altri a capire quello che pensiamo, che proviamo o che facciamo chiedendo all'altra persona di accettare la validità del nostro punto di vista, e usando una metafora in cui l'altro possa immedesimarsi
- aiutando gli altri ad ascoltare il nostro messaggio, esprimendo pochi concetti importanti, e chiedendo agli altri che cosa hanno capito

Infine, ma non meno importante, parla dell'importanza di apprezzare se stessi.

Passa quindi alla seconda esigenza: l'affiliazione.
Spiega come trasformare un avversario in un collega grazie alla forza dell'affiliazione, trovando degli elementi comuni che ci legano agli altri, creando nuovi legami per costruire un rapporto da colleghi, trattando l'altro come un collega sin dall'inizio, "indebitandosi" nei confronti dell'altra persona, programmando attività comuni, e facendo attenzione alle esclusioni, riducendo la distanza personale, stabilendo un legame personale, incontrandosi di persona, invece che per telefono o per mail, parlando di ciò che sta a cuore, concedendo più spazio, e mantenendo i contatti.

Raccomanda però anche di non cadere nelle trappole dell'affiliazione, valutando una proposta usando la testa, e valutando una persona anche con l'istinto

Passa quindi all'autonomia, come espandere la propria senza limitare quella altrui, parlando si cosa può impedirci di usare la nostra autonomia in modo equilibrato (limitando eccessivamente la nostra autonomia, o limitando l'autonomia altrui), come espandere la propria autonomia, avanzando una proposta, creando delle opzioni prima di decidere, organizzando un incontro informale, ma spiegando anche che anche troppa autonomia può essere insostenibile.

Raccomanda di non limitare l'autonomia altrui, consultandosi sempre prima di decidere, chiedendo il contributo delle parti "invisibili" interessate, stabilendo le linee guida del processo decisionale usando "il sistema dei vasi".

Passa quindi allo status, riconoscendo la superiorità altrui, quando è opportuno.
Dice che lo status accresce la stima e il potere di influenza, ma che non c'è bisogno di competere per questo, che bisogna trattare ogni negoziatore con rispetto, tenendo conto anche degli status particolari: riconoscendo la superiorità di ciascun individuo in un determinato ambito, quando è opportuno.

Raccomanda di definire gli ambiti di status particolare di ciascun individuo, e dice che bisogna essere fieri del proprio status particolare, tanto quanto bisogna essere consapevoli dei limiti del proprio status.
Consiglia quindi di dare peso alle opinioni altrui quando è opportuno, ma anche di fare attenzione all'"eccesso di status", e che non bisogna dimenticare che può sempre aumentare o diminuire.

Passa poi a parlare di scegliere un ruolo appagante selezionando delle attività stimolanti.
Dice che un ruolo appagante ha 3 caratteristiche fondamentali: una finalità precisa, un significato individuale, e non è una finzione.

Spiega come rendere il proprio ruolo convenzionale più appagante, essendo consapevoli del proprio ruolo convenzionale, facendo in modo che il proprio ruolo comprenda attività appaganti, espandendo il proprio ruolo ad attività che hanno un valore personale e ridefinendo le attività associate al proprio ruolo.

Raccomanda di apprezzare i ruoli convenzionali che rivestono gli altri, ricordando che comunque abbiamo la facoltà di sceglierci dei ruoli temporanei, e di porre molta attenzione ai ruoli temporanei che assumiamo automaticamente, in modo da adottare un ruolo temporaneo che favorisca la cooperazione.

Consiglia di apprezzare i ruoli temporanei che assumono gli altri, e in caso suggerire agli altri un ruolo temporaneo, ricordando che i ruoli non sono soltanto "un problema loro".

Dice quindi che quando sorgono forti emozioni negative bisogna essere pronti, in quanto le emozioni negative troppo intense possono compromettere un negoziato. Bisogna quindi controllare la temperatura emotiva propria e altrui, avere pronto un piano d'emergenza prima che sorgano le emozioni negative, e sapere come placare anche le emozioni altrui (comprendendo le loro esigenze, facendo una pausa, cambiando campo o sostituendo i giocatori).

Passa poi a spiegare come diagnosticare i possibili fattori scatenanti delle emozioni negative, ricordando le esigenze primarie come possibili fattori scatenanti, raccomandando di domandare sempre per verificare le proprie ipotesi, e, prima di reagire in maniera emotiva, formulare un proposito chiaro, che può essere togliersi il sassolino dalla scarpa (però sfogare la propria rabbia può peggiorare ulteriormente la situazione, quindi è meglio pensare a comprendere e non a incolpare, e se ci si sfoga fare attenzione a non giustificare ulteriormente la propria rabbia, non uscire dal seminato, sfogarsi con terzi e non con chi ha provocato in noi quelle emozioni, sfogarsi al posto dell'altro, e magari scrivere una lettera alla persona che ci ha fatto arrabbiare, senza spedirla).

Un altro proposito chiaro può essere quello di informare l'altra persona dell'effetto che il suo comportamento poco attento ha su di noi, influenzare l'altro, e migliorare la relazione.

Infine spiega come prepararsi:
sul processo: sviluppando una sequenza di eventi auspicata
sul contenuto: riflettendo sui sette elementi di un negoziato (relazione, comunicazione, interessi, opzioni, criteri di equità, la migliore alternativa al raggiungimento dell'accordo, e impegno)
sulle emozioni: tenendo in considerazione le esigenze primarie e le reazioni fisiologiche, usando le esigenze primarie sia come lente d'ingrandimento sia come leva, tenendo sotto controllo le proprie reazioni fisiologiche

E alla fine di ogni negoziato stabilire cosa ha funzionato e cosa invece bisogna fare meglio la prossima volta.

Il libro si conclude con racconto personale di Jamil Mahuad, ex presidente dell'Ecuador, di quando realmente accaduto anni fa fra lui e il presidente peruviano Fujimori.

Bel libro, che parla appunto di negoziati in chiave emotiva: motivo per cui ho deciso di condividerlo in questo blog, proprio perchè credo, che come è successo a me, per le persone ipersensibili siano concetti piuttosto "scontati", ma che fa un immenso piacere leggere in un libro scritto da persone di questo calibro.

Buona lettura!
 

martedì 27 marzo 2018

L'arte del negoziato (Roger Fisher - William Ury - Bruce Patton)

Roger Fisher (28 maggio 1922 Winnetka, Illinois - 25 agosto 2012 Hanover, New Hampshire) è stato professore emerito di diritto all'Harvard Law School, e direttore dell'Harvard Negotiation Project. Dopo aver combattuto nella seconda guerra mondiale come aviatore, è stato a Parigi per il Piano Marshall e quindi a Washington dove ha collaborato con i ministeri della Giustizia e della Difesa.

William Ury è il cofondatore del Program on Negotiation alla Facoltà di Legge di Harvard. Laureatosi in antropologia a Yale, ha conseguito il dottorato ad Harvard, e le sue ricerche lo hanno condotto non soltanto ai tavoli delle contrattazioni o nelle sale riunioni, ma anche tra i boscimani del Kalahari e i guerrieri dei clan della Nuova Guinea.

Bruce Patton è docente di Diritto alla Harvard Law School e vicedirettore dello Harvard Negotiation Project.




 
Avevo già scritto che sto leggendo anche libri sulla negoziazione, pensando al lavoro che sto cercando di crearmi, pensando che mi piacerebbe avere sbocchi lavorativi più in ambito aziendale, e pensando che in ogni caso io sono e resto una persona hsp, e che quindi le cosiddette negoziazioni (come siamo abituati a vederle, purtroppo, in Italia) mi mettono a disagio, ma appunto la voglia di portare questi argomenti "psicologici" nelle ditte (e quindi poi, ovviamente, anche nelle vite private di chi ci lavora) è tanta, quindi, per cercare di avere qualche possibilità in più sto appunto leggendo libri sulla negoziazione, di cui non pensavo avrei parlato qui, e invece...

Invece, eccomi qui con un libro sulla negoziazione, perchè penso possa davvero tornare utile anche ad altri hsp, in qualunque ambito della vita!

Pensavo forse che questo libro fosse diverso, non so spiegare bene come, e invece mi ha sorpreso, molto molto positivamente!

Nella prima parte parla del problema, e dice di non trattare da posizioni, perchè discutere su posizioni produce accordi malfatti, inefficienti, danneggia il futuro dei rapporti. E, quando le parti sono più di due, la trattativa di posizione è anche peggio.
Detto questo, essere gentili dice che non è una soluzione.
L'alternativa che dà è scindere le persone dal problema, concentrarsi sugli interessi e non sulle posizioni, generare una gamma di possibilità prima di decidere cosa fare, e insistere affinchè i risultati si basino su qualche unità di misura oggettiva.

Nella seconda parte parla del metodo, quindi inizia con lo scindere le persone dal problema, perchè ovviamente i negoziatori sono innanzitutto persone.
Ogni negoziatore ha due tipi di interesse: per la questione specifica e per il rapporto con la controparte.
Il rapporto tende spesso a intrecciarsi col problema, e la trattativa di posizione mette in conflitto rapporto e oggetto. 

Dice quindi di separare il rapporto dall'oggetto, quindi trattare direttamente ed esplicitamente i problemi personali, tramite percezioni, emozioni e comunicazione.

Inizia quindi a parlare di percezione, consigliando di mettersi nei loro panni, non dedurre le loro intenzioni dalle nostre paure, non prendersela con loro per un nostro problema, discutere le reciproche impressioni, cercare occasioni per agire in modo diverso dai pregiudizi che la controparte ha su di noi, interessare la controparte al risultato facendola partecipare al processo, salvargli la faccia, rendendo le nostre proposte compatibili con i loro valori.

Parla poi di emozione, quindi riconoscere e comprendere le emozioni, nostre e altrui, esplicitare le emozioni e riconoscerle come legittime, consentendo alla controparte di sfogarsi, non reagire agli sfoghi emotivi, fare gesti simbolici.

Passa quindi a parlare di comunicazione, quindi ascoltare attentamente e capire ciò che viene detto, parlare per essere capito, parlare di noi, non degli altri, e parlare a proposito.

Dice che è meglio prevenire, quindi costruire un rapporto attivo, affrontare il problema, non le persone.

Per una soluzione ragionevole consiglia di conciliare gli interessi, non le posizioni: gli interessi definiscono il problema, e dietro le opposte posizioni ci sono interessi condivisi e compatibili, oltre a quelli in conflitto.

Spiega come identificare gli interessi, quindi chiedendosi "perchè?", e "perchè no?", rendendosi conto del fatto che ogni parte ha interessi molteplici, e che gli interessi più potenti sono i bisogni umani elementari (sicurezza, benessere economico, senso di appartenenza, riconoscimento, controllo sulla propria vita), e propone di fare un elenco dei vari interessi in gioco.

Una volta fatto questo elenco, consiglia di parlarne, facendo vivere i nostri interessi, riconoscendo gli interessi della controparte come parte del problema, esponendo il problema prima della vostra soluzione, guardando avanti, non indietro, essendo concreti, ma elastici, essendo duri col problema e morbidi con la gente.

Consiglia di inventate soluzioni vantaggiose per ambo le parti.

Spiega i 4 ostacoli principali che inibiscono di escogitare più soluzioni anzichè una sola (giudizio prematuro, ricerca di una sola risposta, pensare alla "torta" come fissa, pensare che "risolvere il loro problema è affar loro").
Consiglia di separare il momento dell'invenzione di queste soluzioni, da quello della decisione, spiegando cosa andrebbe fatto prima, durante e dopo il brainstorming.

Consiglia di allargare le nostre opzioni, moltiplicare le possibilità di scelta facendo la spola fra particolare e generale, guardare con gli occhi di diversi esperti, prevedere accordi di diversa forza, cambiare lo scopo di un accordo proposto, magari frazionandolo.

Consiglia di cercare il vantaggio reciproco, identificare gli interessi comuni, combinare a incastro gli interessi complementari, informarsi sulle loro preferenze, chiedendolo esplicitamente.

Spiega come facilitare le decisioni della controparte, mettendoci nei loro panni, avendo ben chiaro quale decisione vorremmo fosse presa, dicendo che minacciare non basta, ma bisogna specificare conseguenze e miglioramenti possibili.

Raccomanda di insistere su criteri oggettivi, in quanto decidere in base alla volontà è costoso, quindi conviene usare criteri oggettivi, perchè il negoziato di principi produce accordi ragionevoli amichevolmente e con efficienza.

Consiglia di sviluppare criteri oggettivi, equi, ed eque procedure.
Raccomanda quindi di negoziare con criteri oggettivi, inquadrare ogni problema come una ricerca comune di criteri oggettivi, ragionare ed essere disponibili al ragionamento, e non cedere mai alle pressioni.

Nella terza parte tratta le situazioni più difficili (cosa che mi è stata di aiuto in questo periodo, anche solo a livello psicologico, per capire che quel che normalmente faccio, è quello che consigliano grandi esperti internazionali, anche se poi la gente attorno a me spesso mi guarda con aria allucinata, in quando le negoziazioni qui in Italia purtroppo spesso non si basano sul principio win win, ma su qualcuno che comanda e qualcuno che si sottomette, ma a me così non va e non è mai andato bene, e spesso ho preso decisioni che molti trovano sbagliate, ma che questo libro sembra avvalorare)

Questa terza parte inizia spiegando che si fa se loro sono più forti, e inizia dicendo di proteggersi, valutando i costi dell'adottare un limite invalicabile, conoscere la nostra migliore alternativa a un accordo negoziato, valutando l'insicurezza di una sconosciuta migliore alternativa a un accordo negoziato, e consigliando di costruirsi un segnale di guardia.
Raccomanda di ottenere il massimo dai nostri mezzi, sviluppare e migliorare la nostra migliore alternativa a un accordo negoziato, e considerare la migliore alternativa a un accordo negoziato della controparte.

Passa poi a spiegare che si fa se loro non stanno al gioco, quindi parla di jujitsu negoziale, non attaccare la loro posizione, ma guardare cosa c'è dietro, non difendere le nostre idee, ma sollecitare critiche e consigli, convertire un attacco alla nostra persona in un attacco al problema, porre domande e fare una pausa.

In caso questo non funzionasse si può considerare la "procedura su testo unico" tramite un esperto esterno e neutrale.

Passa quindi a spiegare che si fa se loro usano gli sporchi trucchi, quindi dice di negoziare le regole del gioco in 3 passi: smascherare la tattica, sollevare esplicitamente il problema, impugnare la leggitimità e desiderabilità della tattica in questione.
Consiglia di scindere le persone dal problema, concentrarsi sugli interessi e non sulle posizioni, inventare soluzioni vantaggiose per ambo le parti, insistere su criteri oggettivi.

Passa poi a parlare di alcune tattiche sleali comuni, come l'inganno deliberato (fatti alterati, autorità ambigua, intenzioni dubbie), la guerra psicologica (situazioni stressanti, attacchi personali, commedia del buono e del cattivo, minacce), e le tattiche di pressione posizionali (rifiuto di negoziare, richieste estreme, richieste in crescendo, tattiche di autopreclusione, tirare in ballo un partner dal cuore duro, ritardi calcolati, prendere o lasciare).

Alla fine conclude raccomandando di non essere vittime, di mettere e chiedere esplicitamente di mettere in chiaro le regole del gioco, dicendo che sotto sotto molte delle persone che leggono questo libro le basi le sanno già, ma che alla fin fine si impara solo "facendo".

Quindi, concludendo, questo libro parla di un tipo di negoziato win win, cioè un modo che eviti di dover scegliere tra la soddisfazione di ottenere ciò che ognuno si merita e quella di essere corretti, ma averle entrambe.

Parla quindi di un tipo di negoziato che, ipoteticamente, non mi metterebbe a disagio... sarebbe un negoziato positivo... un tipo di negoziato che purtroppo qui in Italia vedo poco, ma che spero che in futuro prenda piede, anche perchè avrebbero tutti da guadagnarci!

Questo libro, tra l'altro, è uno di quelli consigliati da Nicola Riva nel suo libro "Vincere senza conflitti" (dal quale ho iniziato tempo fa questo percorso sulla negoziazione), sul quale tiene anche un corso che terrà di nuovo tra pochi mesi, e di cui vi lascio il link nel caso interessasse a qualcuno ---> Corso Negoziazione Facile

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giovedì 28 dicembre 2017

Switch (Chip Heat e Dan Heath)

Chip Heath è professore di Comportamento organizzato alla Graduate School of Business della Stanford University.

Dan Heath è membro del Center for the Advancement of Social Entrepreneurship (CASE) della Duke University. E' stato ricercatore alla Harvard Business School e ha fondato Thinkwell, un'azienda innovativa che produce libri di testo basati sulle nuove tecnologie.





Questo libro è composto principalmente da tanti tanti brevi racconti di casistiche vere, ognuno ovviamente scelto in base all'argomento spiegato di volta in volta, e molto interessanti.

Si parla dell'elefante (la nostra parte emozionale), forte ma difficile da dirigere, e si parla anche della guida (la nostra parte razionale), che cerca di dirigere l'elefante.

Si inizia con lo spiegare come dirigere la guida, quindi ricercare le eccellenze e provare a ricrearle, sceneggiare le mosse decisive capendo dove andare a smuovere qualcosa nello specifico, indicare la destinazione e puntare fermamente a quella con cartoline della destinazione.

Poi si passa a parlare di come motivare l'elefante, quindi trovare, o far ritrovare, il sentimento, facendo provare emozioni, minimizzare il cambiamento, dando piccoli obiettivi in modo chiaro e far crescere le persone, col senso di identità e con la mentalità di crescita.

Infine si passa a parlare di come tracciare il percorso, ottimizzando l'ambiente, usando anche furbizia e astuzia, costruendo abitudini potenzianti, radunando il gregge (sfruttando a proprio vantaggio l'innata caratteristica che ci porta ad imitare gli altri), e tenere acceso lo switch col rinforzo positivo.

E' un libro che mi è piaciuto molto, perchè, come dicevo nel post precedente, preferisco ritmi più veloci, come quelli di questo libro, in cui si passa da una storia all'altra nell'arco di breve, ma, pur velocemente, il messaggio arriva forte e chiaro!

Bello, bello!!!

Le emozioni sono intelligenti (Gianfranco Damico)

Gianfranco Damico è docente in corsi post-universitari e svolge attività di coaching, formazione e consulenza con privati, aziende, enti pubblici, organizzazioni, scuole. Negli ultimi quindici anni ha lavorato con migliaia di persone, insegnanti, manager, professionisti, genitori, a dimensioni quali la crescita personale e l'eccellenza umana in tutte le sue forme. Da sempre interessato alla filosofia occidentale e a sistemi di pensiero orientali come Taoismo e Buddismo, ha un Master Practitioner in PNL, un diploma di Life-Coach e un Master in Gestione Risorse Umane.




Il libro inizia parlando di Star Trek, del dottor Spock e del capitano Kirk, riguardo il loro modo diverso di rapportarsi alle emozioni.

Parla da subito anche di Platone e della figura dell'auriga (che nel libro viene citata spesso), ma in questo libro i cavalli non saranno l'anima spirituale e l'anima concupiscente, bensì l'emozione e il pensiero cosciente, entrambi dello stesso colore, non essendo uno "buono" e l'altro "cattivo".

Poi passa a chiedere "cos'è un corpo?" e a parlare della magnifica sinfonia biologica, e dice che la vita è appesa a 3 domande: che cosa c'è là fuori, che cosa faccio, ed è importante per me.

Dice che l'emozione è il puntatore direzionale biologico, parla di cellula emozionata come di cellula intelligente, e dà spiegazioni su emozioni e sistema nervoso autonomo, sul sentimento, cioè l'emozione rappresentata a noi stessi, e porta spiegazioni biologiche del passaggio di un'emozione, delle idee per definirla.

Ad un certo punto arriva direttamente al sodo con queste parole: "senza l'emozione o siete st...di o siete st...zi".

Ecco...

Parla poi di intuizione, di emozione e ragione, dice che non si piange perchè si è tristi, ma si è tristi perchè si piange, e parla di governare la propria mente emozionale.

Spiega i tre gradi del paesaggio emozionale (emozione, condizione emozionale, attitudine emozionale o temperamento)

Parla di crescere in pienezza ed eccellenza attraverso le emozioni, cercando di arrivare all'aretè, cioè l'eccellenza al suo massimo grado espressivo e funzionale.

Dice giustamente che l'emozione è ovunque, e crea il mondo sociale.

Spiega poi un metodo, basato su quattro strategie (consapevolezza, presenza/volontà, mente fisica e mente pensante), costituito da 25 esercizi ispirati a varie tipologie di discipline, così suddivisi:
ampliare la consapevolezza (9 esercizi)
rendere salda la volontà (6 esercizi)
agire con cura sulla mente fisica (6 esercizi)
governare la mente pensante (4 esercizi)

Il libro si conclude con una conversazione tra lui e Heidi, ormai adulta, qui vista come Nume Tutelare, dove parlano di filosofia, neuroscienze, emozioni, morte, meraviglia, doverizzazioni, paura, coraggio, ansia, ottimismo, amore, rabbia, consapevolezza della nostra vulnerabilità, tristezza, senso di colpa, rimorso, invidia, vergogna, accettazione di sè, felicità, senso di gratitudine e amabilità (l'insieme di flessibilità, adattività, coerenza, energia, stabilità, meraviglia, empatia, resilienza e ironia).

Questa conversazione si avvia alla chiusura con questa frase "E' stato davvero bello averti avuta qui, Heidi. Ecco, ricordavo di te la tempra e il carattere di un essere umano eccezionale, sin da bambina. Adesso ho scoperto che sei anche una persona... amabile. Dici sempre "credo" e "penso"; non usi mai "è"."
Ecco, la parte che ho sottolineato mi ha fatta sorridere quando l'ho letta, perchè è una cosa che io mi sento dentro da sempre, e cioè di non voler dare, nei limiti del possibile, un limite "mio" a quel che dico, perchè appunto quel che dico è quel che penso e credo io, e non quello che E' in assoluto. E apprezzo molto questo comportamento anche quando lo riscontro in altre persone.

Diciamo che il libro subito non mi prendeva molto, credo per il ritmo, un po' lento per quelli che sono i miei gusti, ma ad altri magari non piacciono libri con ritmi più veloci, quindi va bene così.

La parte della conversazione con Heidi mi è piaciuta molto, fin da subito, dalle prime pagine di questa conversazione lunga 34 facciate, non per Heidi (anche se da piccola la adoravo), e nemmeno per la frase finale (letta ovviamente solo alla fine), ma appunto credo per il ritmo, diverso, più veloce, durante la conversazione, e ovviamente per gli argomenti, molto coinvolgenti!

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